martedì 12 aprile 2011

Monte Maggiore (Učka)

Dopo Castelmonte e le prealpi friulane delle scorse settimane, cosa potevamo chiedere di meglio se non un super-giro in bicicletta, che ci portasse in poco tempo a spaziare dalle montagne al mare? Non è che ci siano poi tantissime località con queste caratteristiche ma, a poche decine di chilometri da Trieste, c'è n'è una, in Croazia, molto interessante sotto ogni punto di vista. Si tratta del Parco naturale di Učka (Monte Maggiore) ed in particolare, dell'omonimo massiccio montuoso che si erge tra Istria e Quarnero. Anche in questa nuova "avventura" mi faranno compagnia, nonché da guida, Andrea e Luca. Ormai formiamo un trio sufficientemente affiatato, anche se ognuno di noi non è che assomigli poi tanto agli altri due: Andrea, sempre riflessivo e posato, Luca, certamente il più estroverso di tutti, ed io, lì in mezzo, piuttosto chiuso come carattere ma desideroso di scoprire il ciclismo non soltanto dal lato sportivo.

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Partiamo da Trieste in macchina e, dopo circa 50 chilometri, raggiungiamo Roč (Rozzo), non molto distante da Buzet (Pinguente). L'appellativo di "paese" è forse eccessivo, viste le dimensioni, ma Roč (dal celtico Roz) ha una certa importanza storica.
Iniziamo a pedalare, dapprima in discesa, poi ben presto con un continuo ed incessante alternarsi di brevi salite, affrontate quasi sempre di "scatto", e tratti in discesa (il classico "spaccagambe"). Siamo nelle zone più interne e remote dell'Istria e, da queste parti, non credo esista rettilineo pianeggiante più lungo di 500 metri!
Ben presto giungiamo a Hum (Colmo) che vanta un insolito primato, essendo citato nel Guiness dei primati come il paese più piccolo del mondo, con ben 18 anime residenti (anno 2008). Abitato già in epoca preistorica, il villaggio è cinto da mura risalenti al XVI secolo e l'unico accesso è rappresentato da un portone di bronzo.
Anche il selciato pietroso, scivoloso e molto sconnesso, probabilmente risale a quell'epoca: è una vera impresa restare in piedi con gli scarpini da bici e non poche volte devo improvvisarmi equilibrista per evitare un bel ruzzolone.
Alla pari di Roč, Hum fu un importante centro letterario e non mancano testimonianze scritte in glagolitico, il più antico alfabeto slavo, risalente al IX secolo, ma tutt'ora utilizzato nella liturgia in Croazia.
E' ormai la terza settimana consecutiva che mi alleno con Andrea e Luca, ma questo modo di pedalare, per me nuovo, mi fa tutt'ora uno strano effetto. A volte si pedala, anche per lunghi tratti e ad intensità elevate, poi ci si ferma e, spinti dalla curiosità di "scoprire" nuovi posti, ci si improvvisa turisti. In questi momenti mi distacco mentalmente dalla bicicletta e cerco di far mio tutto quello che mi circonda.
Forse è dovuto al mezzo di trasporto più coinvolgente della consueta automobile, forse i tempi sono più dilatati, ma l'impressione è di rimanere colpito da quello che passa sotto i miei occhi in maniera diversa, forse più profonda, rispetto al solito.
E' la cosa più difficile è poi ripartire, non per la stanchezza, ma perché tutto mi sembra bellissimo, magico, e non vorrei mai distaccarmene.
Dobbiamo però fare i conti con il nostro programma sportivo odierno, impegnativo in ogni senso, e riprendiamo a pedalare in direzione della meta principale, il Monte Maggiore (Učka, 1372 m slm), già visibile in lontananza. Lo affronteremo dal versante di Vranja (276 m), il più difficile... ovviamente... se no che gusto di sarebbe?
1.100 metri di dislivello non sono affatto uno scherzo, se poi ci mettiamo le pendenze che sfiorano il 20%, si può considerare una salita di tutto rispetto che, almeno sulla carta, mette una certa soggezione.
In cima ci sono già stato, più volte, ma mai in bicicletta e, più ci penso, non so se sia un bene o un male. Il primo chilometro dopo Vranja (pendenze attorno al 5%) lo possiamo definire di "assaggio".
L'impegno aumenta nei successivi due chilometri, 8-9% di pendenza media, che portano ai 483 metri della stazione di pedaggio del tunnel Učka (la più importante via di comunicazione tra l'entroterra istriano e la costa del Quarnero). Convenzionalmente è questo il punto di partenza per la "scalata" (almeno noi facciamo così), perché è da qui che il percorso diventa davvero impegnativo. Il primo tratto è "pesante": 2 chilometri circa al 12% di pendenza media con punte al 18-19%!
Oggi ho deciso che voglio mettermi alla prova e spingo forte fin da subito. Certo che, se non conoscessi la salita, verrebbe da gettare la spugna già adesso. I tratti più difficili sono posti proprio in corrispondenza di alcuni tornanti e la giornata molto calda, assieme alla mancanza di qualsiasi forma di vegetazione più alta di un arbusto, complica ancora di più le cose.
Questi ultimi mesi non utilizzo il cardiofrequenzimetro, ma credo di essere veramente al limite. Il cuore pulsa veloce, lo sento in gola e fin su alle tempie. Forse sto giocando d'azzardo, perché abbiamo percorso poco più di 20 km su un'uscita che oltrepasserà le sei ore, ma mi alzo spesso sui pedali e rilancio l'andatura ad ogni uscita di curva. Tengo bene e fortunatamente la velocità non cala, grazie anche al fatto che nei 3 chilometri successivi le pendenze si assestano tra il 9 e il 10%. Rispetto a poco prima sembra una passeggiata e ne approfitto per un parziale recupero, anche se alquanto aleatorio.
Di tanto in tanto vedo qualche ciclista che procede a rilento, se non letteralmente fermo lungo la strada (beh, forse definirli "ciclisti" è un po' fuori luogo perché un vero ciclista non si fermerebbe mai a metà salita!) e, visto che penso di trovarmi al Tour de France, scatto ogni volta che ne supero uno, aumentando di non poco la velocità. Mi sento un po' idiota, però è innegabile che questo "gioco" mi dia una spinta non indifferente! Ormai non manca molto al traguardo intermedio, il passo per Opatija (946 metri), in prossimità del quale si può sviluppare una buona andatura perché non si va oltre il 5% di pendenza.
Si lascia l'arteria principale e si imbocca la stretta strada (chiusa al traffico veicolare) che conduce alla stazione radio posta sulla sommità del Monte Maggiore. All'inizio si pedala in un fitto sottobosco che dona un po' di refrigerio. Più in alto la vegetazione si dirada ma, ormai a quote "montagnose", l'aria è frizzante e il senso di affaticamento sembra non pesare più di tanto.
Dal passo alla cima sono circa 6 chilometri di salita, piuttosto regolare, con pendenze medie attorno all'8-9%, inframezzate da qualche tratto meno impegnativo. Anche se mi sento bene, cerco di ricordarmi che ho ancora parecchia strada da fare oggi e, pur pedalando con notevole concentrazione e impegno, probabilmente sono tornato a frequenze cardiache di soglia o poco sotto.
Salendo si aprono scorci di panorama a dir poco mozzafiato: da una parte Opatija, Rijeka e i rilievi del Gorski Kotar, dall'altra le isole del Quarnero con Krk (Veglia) e Cres (Cherso) in "primo piano". Fa un po' impressione pedalare a fianco di uno strapiombo di mille e più metri protetto unicamente da un'esile guardrail arrugginito!
Rispetto alla parte iniziale, subito sopra Vranja, qui si pedala meglio, sia per le pendenze più abbordabili, sia per il traguardo che si avvicina. L'arrivo in vetta mi dà una sensazione incredibile, un forte senso di "conquista", ma ancora maggiore soddisfazione me la dona il Garmin che mi segnala un tempo di 42'18" sui 10,9 chilometri della salita con 889 metri di dislivello (come dire una VAM - velocità ascensionale media - di 1.260 metri all'ora, migliorabile, ma già un bel traguardo!). Scatto qualche foto, mi rifocillo a dovere e bevo quel poco che mi resta (2 borracce esaurite in salita... e siamo ad aprile!).
Mi distendo per un bel po' al sole, forse troppo, tant'è che ben presto sento viso, braccia e gambe, come dire, un po' "arrossate". Mi auguro soltanto che alla "frittura" non abbiano contribuito le microonde del sistema radar FPS117 (l'enorme cupolone bianco), in prossimità del quale ho sostato più di 20 minuti (nella foto sopra, si noti la bicicletta in basso a sinistra per farsi un'idea delle dimensioni). Perplesso, mi chiedo altresì che ci facciano i militari in Croazia con un affare del genere (di recentissima installazione, nonostante alcune organizzazioni ambientalistiche ne avessero duramente osteggiato la costruzione). Non sarebbe meglio, per esempio, che i soldi pubblici venissero destinati a "rattopare" le strade, notoriamente in condizioni pessime?
Tutta la zona attorno al Monte Maggiore è parco naturale. Numerose specie lo popolano: il cervo, il capriolo, il cinghiale, il tasso, la faina e, nella zone meridionali, l'orso; molti anche i volatili, il più interessante dei quali è il grifone (Gyps fulvus), quasi completamente estinto in Europa.
Per la discesa, percorriamo in senso inverso, assai prudentemente, la stessa strada fino al passo (946 m), allungando quindi per il versante meridionale, in direzione del mare. L'asfalto, ora in buone condizioni, permette velocità di tutto rispetto, anche se una lunga serie di curve invita alla prudenza. La discesa, pur non particolarmente impegnativa, è indubbiamente lunga e, prossimo alla fine, mi sento un po' stanco. Ebbene sì, la discesa mi ha "sfiancato"... ma del resto, quante altre volte capita una picchiata di 1.400 metri di dislivello cercando di tenere la ruota di chi mi precede?
Siamo quasi a livello del mare ma il transito per l'abitato di Ičići ci riserva un brivido. In corrispondenza di un tornante a sinistra, a Luca parte l'anteriore e finisce per terra. Non mi sembra nemmeno tanto elevata la velocità in quel tratto e, verosimilmente, la causa più probabile della caduta è l'asfalto, estremamente liscio, con un "grip" più prossimo ad una lastra di ghiaccio che ad una discesa di questo tipo. Per fortuna nulla di grave, solamente qualche botta e abrasione, ma è un inconveniente di cui avremmo fatto volentieri a meno.
Giunti al mare, ci fermiamo in prossimità di una splendida spiaggia. Luca si pulisce alla meno peggio le ferite con l'acqua di mare e ci concediamo una breve ma meritata pausa. Posta in prossimità di Opatija (Abbazia), Ičići è una gradevole località di villeggiatura e rinomato centro nautico.
La strada costiera è incantevole: lambisce il mare, poi si arrampica di qualche decina di metri per ritornare nuovamente in basso. Ricorda parecchio la parte finale della "classicissima di primavera", la Milano-Sanremo. Di sicuro aumenta, e non di poco, l'altimetria totale!
Nemmeno il tempo di ripartire e in un paio di chilometri siamo a Lovran (Laurana), un'altra gemma costiera: località turistica con un passato d'elite, non è difficile scorgere un bel numero di ville residenziali risalenti all'impero austro-ungarico. Passato e presente convivono discretamente, ma sono anche una indubbia fonte di contrasto, principalmente a causa di uno sviluppo edilizio non molto controllato.
Anche contrastato, soprattutto cromaticamente, è il retroterra di Lovran. Si sale a Lovranska Draga (360 metri) su di una strada senza sbocco, che dovremo ripercorrere in senso inverso. E' un'assurdità da un punto di vista ciclistico, ma la proposta di Andrea come sempre è azzeccata. Più si sale e più si aprono nuovi orizzonti.
Da una parte si erge imperioso il Monte Maggiore in precedenza "conquistato", dall'altra il mare che, visto da media altezza, assume una tonalità di blu molto profonda. Ai lati della strada, il bianco dei ciliegi e il rosa dei peschi fanno da contorno alla salita.
Prossimi al culmine della salita, ci fermiamo all'Hotel Draga di Laurana, che in passato ospitò personaggi molto celebri, tra cui lo stesso imperatore Francesco Giuseppe. Il posto è incantevole, forse troppo per dei ciclisti sudati e non propriamente profumatissimi, si ha quasi timore di calpestare l'intonsa pavimentazione della terrazza, con incredibile vista sul mare e sulle isole.
Non capisco se il camierere, molto gentile per altro, è sorpreso nel vedere i primi clienti della giornata oppure se ci reputa inadatti all'esclusività del suo locale. Ad ogni modo, un caffè ed una bibita non ce li nega nessuno e la pausa ristoratrice è molto gradita.
Ridiscendiamo a Lovran e riprendiamo la statale costiera N. 66, in direzione di Pula (Pola). Inseriamo però per una gradevole variazione, logicamente non piatta! A Mošćenička Draga (Draga di Moschiena) si lascia la costa e si sale verso Mošćenice e Sveta Jelena (Sant'Elena, 330 m).
Il paesaggio non differisce poi molto rispetto ai centri attraversati in precedenza. Quello che cambia in modo radicale è invece il carattere stesso di questi paesi, sempre vicinissimi al mare ma poco influenzati, se non in modo alquanto marginale, dal turismo di massa. Le opulente ville di Lovran sono soltanto un ricordo e le abitazioni, assai più modeste, probabilmente asservono ad una funzione abitativa-residenziale e assai meno turistica.
Siamo al punto più vicino con l'isola di Cres (Cherso). Porozina, dove attraccano i traghetti, dista soltanto pochi chilometri di mare e sembra veramente di poterla toccare allungando una mano. Qui la strada costiera cambia direzione, costeggiando la Plominska Luka (Canale di Fianona).
Noi la lasciamo e puntiamo verso nord, iniziando la tratta di ritorno. Sono ormai 4 ore e mezza che pedaliamo e Andrea, molto saggiamente, mi mette in guardia sulle possibili difficoltà che potrebbero insorgere quando si supera la soglia delle 5 ore. Come sempre è importante alimentarsi a sufficienza e bere ad intervalli regolari; sono cose forse ovvie ma spesso, pedalando e passando per posti meravigliosi come questi, è facile scordarsene, soprattutto per chi come me ha poca esperienza di lunghe distanze e tende, forse, a sopravvalutare le proprie capacità.
Se in riva al mare c'era un piacevole venticello che mitigava la calura, adesso, nell'entroterra, la temperatura è quella tipica di una giornata estiva e non di un tardo pomeriggio primaverile. Si sfiorano i 30°C e si fa attenzione a dosare le forze, perché abbiamo ancora un'ora e mezza di pedalata per rientrare al punto di partenza (Roč).
I monti attorno a noi sono brulli, quasi privi di vegetazione; dalle dolci note costiere abbiamo fatto ritorno all'interno dell'Istria. Manco a dirlo, la strada sale nuovamente: ulteriori 400 metri circa di dislivello, ma ormai non ci faccio quasi più caso. Rispetto al Monte Maggiore, che scorgiamo da lontano per l'ultima volta, sembra davvero un gioco da bambini.
Le forze non mi abbandonano, pedalo ancora bene, con sufficiente agilità. Da un punto di vista sportivo non posso che ritenermi molto soddisfatto. La strada scorre veloce e il rientro a Roč avviene in modo piacevole e tranquillo. Ognuno di noi tre probabilmente conserverà un bel ricordo di questa giornata. Per qualcuno è stata una nuova esperienza, una scoperta di posti mai visitati prima; per qualcun altro la rivisitazione, sotto differente angolazione, di località e paesaggi già noti ma non per questo motivo meno interessanti. Penso che ogni luogo abbia sempre qualcosa di diverso da offrire e, se ci passassi 2, 3 o anche 10 volte, sono certo che scoprirei cose in precedenza sfuggitemi o, non di meno, ne ricaverei sensazioni diverse. Molte delle località odierne le conoscevo già, ma in bicicletta ha tutto un altro sapore. Tutto sembra fermarsi, come se fosse lì a tua disposizione, pronto per essere afferrato ed ammirato.
Un curiosissimo gattone vaga libero per la piazza principale e si presenta disinvolto quando ritorniamo alla macchina per cambiarci. Sembra il padrone di Roč, e forse lo è davvero. Il mio saluto viene affettuosamente contraccambiato, lo ringrazio dell'ospitalità, come ringrazio Andrea e Luca per la splendida giornata trascorsa assieme. Nonostante i 140 chilometri percorsi e i 3.000 metri di dislivello, le ore sono volate via senza che ce ne accorgessimo, troppo velocemente; siamo ormai prossimi al tramonto, una rapida sosta al bar del paese e prendiamo la via di casa.
domenica 3 aprile 2011

Canebola, Porzus, Valle e Madonnina del Domm

Quattro salite lunghe, impegnative, per un dislivello totale di quasi 3.000 metri: difficile dire quale sia la molla che mi spinge a cimentarmi in "imprese" come questa. Da solo non l'avrei mai fatto, quasi certamente mi sarei arreso alla seconda ascesa o, più probabilmente, non mi sarei nemmeno mosso in macchina, continuando a pedalare sulle strade intorno a Trieste, ormai consumate da tutte le volte che ci sono passato. Dopo il piacevole e riuscitissimo allenamento della scorsa settimana a Castelmonte, ho acquisito consapevolezza dei miei mezzi e fugato ogni dubbio sulla tenuta alla distanza, da intendersi come limite temporale (perché, più che i chilometri, quello che conta è quante ore si pedala). Con questa nuova uscita si aumenta ancora, tutto sale di "livello": durata, dislivelli delle singole salite, pendenze massime fino al 20%. Ecco, forse quest'ultimo aspetto è quello che mi intimorisce di più, affrontare delle salite, due in particolare, che sono tra le più impegnative del Friuli Venezia Giulia, classificate sulle "bibbie" ciclistiche con un punteggio di 4/4+ (su di una scala che arriva a 5, valore assegnato al Monte Zoncolan, una delle più difficili d'Europa). In Mountain Bike ho fatto certamente di peggio, ma è una cosa diversa. Si sale più agilmente, le gomme larghe hanno più grip e si ha la sensazione di avere un contatto più "soft" con il terreno. Su asfalto cambia tutto: rapporti più duri, gommatura stretta, cerchi rigidissimi che trasmettono a terra tutta la potenza ma che restituiscono, in senso opposto, ogni imperfezione dell'asfalto. Con la bici da corsa ho poca esperienza di salite alpine e credo di non essere mai andato oltre il 16-17% di pendenza massima, e soltanto per brevi tratti. Andrea, che oltre ad avermi fatto scoprire Castelmonte, è un grande conoscitore della zona, ha preparato certosinamente il percorso odierno. Sarà con noi anche Luca di Concordia Sagittaria, già compagno di viaggio di Andrea e di Marcello, quest'ultimo oggi assente giustificato. La loro presenza mi dà tranquillità e la loro esperienza è fonte di preziosi consigli.

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Si parte da Cividale del Friuli e si prende la SS356 in direzione di Faedis. Luca si mette davanti e impone, da subito, un'andatura non propriamente "di riscaldamento". Sono dietro, riparato quanto si vuole, ma il 53x17 mi gira a vuoto e siamo prossimi ai 40 km/h. Ma non doveva essere quello meno allenato dei tre? Poi tocca e me e, per non essere da meno, tengo il 53x19 nonostante la strada tenda a salire. Mi viene da pensare se non siamo pazzi oggi ad iniziare la giornata in questo modo, ma i 12 chilometri fino a Faedis (170 m slm) scorrono via in un attimo.
Si svolta a destra e, poco dopo, inizia la prima salita che, passando per Canebola, ci condurrà fino ai 904 m dell'incrocio per Subit-Porzus: 9,6 chilometri con una pendenza media di circa il 7%, l'ideale per iniziare nel migliore dei modi. Notiamo diversi ciclisti, alcuni dei quali tiratissimi, con le gambe talmente "asciutte" che di certo non sono né amatori né probabilmente "under 23". Ad Andrea sembra di riconoscere Alessandro Ballan, campione del mondo a Varese nel 2008. A me invece qualcosa non torna: ma che ci farebbe Ballan a Faedis?
La giornata è soleggiata, anche se non limpidissima, e l'aria frizzante mattutina rende tutto più piacevole. Sarà perché siamo appena alla prima difficoltà, sarà perché di tutte e quattro questa è certamente la salita più abbordabile, ma per il momento si pedala bene e agilmente. Si trova anche il tempo per sorridere anche se ho il sospetto che più tardi non sarà così!
La pendenza è piuttosto omogenea, non grosse difficoltà ma nemmeno falsopiani che diano la possibilità di recuperare. L'importante è salire regolarmente, senza grosse variazioni di ritmo. Il fondo stradale è ottimo e il suggerimento di Andrea, di utilizzare successivamente questa strada due volte in discesa, si rivelerà azzecatissimo. Sopra Canebola (669 m) le pendenze si fanno più impegnative, attorno al 10-11% fino alla Bocchetta di Sant'Antonio (incrocio per Subit-Madonnina del Domm, 788 m).
Si gira a sinistra entrando nella conca delle Farcadice (o Fraccadice). La vegetazione diventa quella tipica dell'ambiente alpino, sempreverdi ad alto fusto. Il sottobosco è tappezzato all'inverosimile da primule. In breve si scollina (904 m il punto più alto) e si prende la strada verso Subit.
Molto prudentemente scendiamo, consci di percorrere una strada stretta e dal fondo dissestato. Sapevamo anche che fosse una zona non molto trafficata, certo non pensavamo di trovarla sbarrata da un boscaiolo con il suo trattore e la sua motosega! Bici in spalla, saltiamo qualche tronco e cogliamo l'occasione per chiacchierare con la persona che si dimostra gentilissima e disponibile. Ci parla delle piante e del "suo" bosco e ci racconta di un passato da ciclista, poi interrotto per problemi di salute.
La sede stradale stretta, le curve e i tornanti molto numerosi non consentono una grande velocità. Pedaliamo pigramente anche perché la bellezza del posto è irresistibile: impossibile non fermarsi ancora.
Dopo Subit, la mente ritorna a concentrarsi sul fattore sportivo e si scende più allegramente a valle fino ad Attimis (200 m). Qui inizia la terribile salita per Porzus, che ci condurrà nuovamente all'incrocio per Subit (904 m), da cui eravamo transitati poco prima, al culmine della precedente ascesa.
In fondo all'iniziale breve rettilineo della foto sopra, una curva a destra ci fa subito capire che qui non si scherza. La pendenza passa repentinamente all'11-12% e, non solo non si discosta da questi valori ma, dopo il quarto tornante, ben presto aumenta al 14-15%. Dopo 2 chilometri circa, segue un tratto più "agevole". Si scende all'8-9% e ne approfitto per alleggerire un po' la spinta.
Il sollievo però dura poco, nemmeno 500 metri. Nel successivo chilometro non si scende sotto l'11% ma, a tratti, la pendenza oltrepassa il 15%. C'è poco da fare, si è soli contro se stessi, ognuno deve salire con il proprio passo: troppo veloci si rischia di "saltare", troppo piano si perde la concentrazione e si ha difficoltà ad "ingranare".
Successivamente, ma solo momentaneamente, si può "respirare": 7% circa e un rettilineo, ancor più dolce, conduce al paese di Porzus (652 m), piccola frazione collocata in una cornice naturale fra la  montagna e la pianura friulana.
A Porzus c’è una bella chiesa dedicata a San Giovanni Battista e a Santa Lucia, costruita nel 1477 da un uomo che aveva una certa fama all’epoca, Andrea da Skofia Loka, tangibile segno dell'influenza culturale e linguistica slovena (Porzus deriva dal latino Porcil).
Lasciato Porzus alle spalle, si affronta il tratto più duro: un chilometro mai sotto al 12% con punte al 18-20%. Spingo forte sui pedali e salgo bene, attorno ai 12,5-13 km/h, tutto in posizione seduta. Mi accorgo delle pendenze "impossibili" perché la ruota anteriore si alleggerisce e tende a sollevarsi dal terreno. Tengo un occhio sull'altimetro del Garmin e rimango stupito perché in 4 tornanti e qualche brevissimo rettilineo sono salito più di 100 metri rispetto a Porzus! A questo punto le pendenze si fanno più "umane", attorno all'8-9%, ma solamente per 500-600 metri. Come nella prima parte della salita, approfitto per un recupero, seppur parziale. Tengo lo stesso rapporto del tratto più duro (39x28) e giro le gambe in agilità. L'ultimo chilometro prima dello scollinamento (bivio per Subit, 904 m) infierisce ancora sui ciclisti: quattro tornanti alternati a brevi rettilinei. Le pendenze minime sono del 12% e le punte, proprio in corrispondenza delle curve, raggiungono il 18-19%. Finisco in crescendo e, pur consapevole di essere solamente a metà del programma odierno, il morale va alle stelle.
In totale abbiamo pedalato 7,4 km di salita per 700 metri esatti di dislivello, come dire una pendenza media del 9,5%. Tanto per  fare un paragone con posti ben più noti, Passo Gardena da Corvara o Passo Sella da Canazei si fermano al 6,2-6,5%, mentre un Falzarego da Cortina non arriva al 6%. Non vorrei sembrare presuntuoso e pensare: "Tutta qui la salita?", certo però, da come me l'avevano raccontata e dalle informazioni reperite sui libri e in rete, forse mi sarei aspettato qualcosa di più impegnativo. Ad ogni modo, non prendete troppo seriamente quello che scrivo. Sto attraversando un ottimo periodo e la positività che porto dentro rende più facili, o almeno meno difficili, anche le fatiche più impegnative.
Scendiamo di circa 100 metri e ripassiamo alla Bocchetta di San Antonio, concedendoci una sosta rinfrancante. Ci si alimenta (ecco una cosa che devo imparare, mi dicono che per un giro così lungo dovrei mangiare e bere di più) e si fa il punto della situazione. Siamo tutti in forma, o quasi, e scattiamo una bella foto ricordo prima di buttarci letteralmente verso Canebola e Canal di Grivò (Faedis).
Non è una discesa velocissima ma piuttosto molto tecnica, parecchi tornanti nella parte alta e curve "cieche" più in basso. Luca dimostra subito di che pasta è fatto e, forse con un pizzico di sana follia ma più probabilmente sicuro delle proprie capacità, fa da apripista gettandosi in "picchiata" con Andrea che lo segue a ruota. Per come scende, potrebbe insegnare a Paolo "Falco" Savoldelli come si guida la bici in discesa! E' spettacolare vederlo come pedala e affronta le curve... anche se in realtà lo vedo ben poco, perché dopo 3-4 tornanti è già sparito dal mio campo visivo! Io sono assai più prudente e, siccome la caduta non la considero nemmeno un evento fortuito, faccio del mio meglio per tornare integro la sera a casa, ricordandomi di tanto in tanto che esistono le leve dei freni.
In pochi minuti siamo a valle prima di iniziare la salita per Valle (scusate il gioco di parole, ma Valle si chiama proprio così anche se sta in cima ad un rilievo). Delle salite odierne è quella meno impegnativa, se non altro per il dislivello (450 metri).
Tuttavia, eccetto l'agevole tratto di circa mezzo chilometro di lunghezza dopo la frazione di Canal di Grivò (210 m slm), la pendenza di questa ascesa è estremamente costante, quasi sempre all'8-9%, con uno sporadico picco iniziale del 10-11%. Niente di impossibile, ma nemmeno tratti "facili" di transizione, che avrebbero potuto concedere un attimo di tregua.
In totale circa 5 chilometri con una pendenza media del 9%: niente male nemmeno la terza asperità della giornata! Pur ricavandone ottime impressioni mentre pedalo, mi resta sempre qualche dubbio su un'uscita così lunga e non vorrei certo andare in crisi proprio alla fine. Cerco quindi di pedalare in modo regolare e senza mai esagerare perché la prossima salita, la quarta e ultima, non sarà per niente facile.
Valle, il piccolo paese sopra Faedis, è definito il "Balcone del Friuli" perché, in condizioni ottimali, offre delle vedute spettacolari su tutta la pianura friulana, fino alla costa adriatica. Purtroppo oggi non siamo fortunatissimi. La temperatura, rispetto a questa mattina, è salita notevolmente, oltre i 20°C, e l'umidità che sale dal basso ci preclude qualsiasi possibilità di vedere nitidamente più in là di qualche chilometro. L'etimologia antica di Valle ne parla come di una conca, una distesa vallata, cosparsa di crocchi e di primule a primavera ed incorniciata dai castagneti del monte San Lorenzo. La caratteristica posizione, arrocata e panoramica, ci attira non poco e decidiamo di fare una breve sosta nella bellissima piazza antistante la chiesa di San Pietro. Non c'è anima viva, sembra un paese disabitato (ma non bisogna dimenticare che siamo in una giornata lavorativa di fine marzo e Valle è composta per la maggior parte da edifici rustici ristrutturati, utilizzati per lo più come case di villeggiatura).
Non ho nemmeno tantissima voglia di alzarmi dalla panchina ove mi ero disteso ma, forse, di soste oggi ne abbiamo fatte fin troppe. Il pomeriggio scorre inesorabile ed è ora di ritornare al "dovere". Scendiamo verso Colloredo e - ma vi pare possibile? - uno scuolabus, l'unico veicolo a motore in cui ci imbattiamo dopo due ore, ci rallenta in discesa e ci costringe ad accodarci per un paio di chilometri: strada troppo stretta per sorpassare e autista poco disposto a concedere spazio.
Si fa ritorno sulla SS356 per lasciarla poco dopo in direzione di Ronchis. La quarta salita, che passando per Masarolis ci porterà alla Madonnina del Domm (960 m, la "Cima Coppi" di oggi) inizia dopo Torreano (185 m). I primi 2,5 chilometri, fino a Canalutto (268 m), sono molto "morbidi", 3-4% di pendenza, non di più.
Segue un breve tratto al 5% ma la salita diventa ben presto impegnativa, assestandosi al 9-10% fino ai 366 m del bivio per Reant. Il chilometro successivo, in direzione di Masarolis, è molto duro. La strada si inerpica ripida con una serie impressionante di tornanti stretti; la pendenza media è del 12% ma i picchi sono leggermente superiori. Da circa 500 metri di altitudine fino a Masarolis (660 m) le pendenze sono soltanto più abbordabili, attorno al 9-10%.
E' l'ultima salita ed è difficile quasi come la seconda di Porzus. Non manca poi tanto alla fine ma la fatica inizia a farsi sentire e il caldo determina un inevitabile, anche se minimo, calo della prestazione fisica. Usciti da Masarolis, i 3 chilometri di strada successivi sono piuttosto agevoli, attorno al 6% di pendenza media, con qualche breve rampa al 10-11%.
Nella mia testa, forse in parte annebbiata, c'è da qualche parte il numero 900. Non so perché, ma sono convinto che questa fosse la massima quota da raggiungere. Guardo l'altimetro, 890-900-905...! Ma quando finisce la salita?
La strada va sempre in su e la pendenza aumenta: 11-12% con un'ultima micidiale rampa proprio prima dello scollinamento. Tiro fuori ogni briciolo di energia rimasta, spingo al massimo, quasi scatto (cavolo, ma non vado per niente male!) e finalmente la strada spiana: dietro la curva c'è la piccola cappella della Madonnina del Domm.
E' finita, almeno la salita! E che salita, anche questa: 8,3 chilometri di lunghezza (da Canalutto allo scollinamento) con una pendenza media dell'8,7%!
In discesa la strada è piuttosto stretta e alquanto dissestata; bisogna scendere piuttosto lentamente, almeno all'inizio.
Si ripassa nuovamente per la Bocchetta di Sant'Antonio (incrocio per Subit-Madonnina del Domm, 788 m) e ci si rituffa in discesa per Canebola fino a Faedis. Si svolta a sinistra sulla SS356 e, in una decina di chilometri o poco più (con il vento contrario), si fa ritorno a Cividale del Friuli.
Chiudiamo con una percorrenza di poco superiore ai 115 chilometri e un dislivello di circa 2.850 metri. Consiglio vivamente a chi vuol cimentarsi in questo bellissimo giro, di percorrere le salite nello stesso ordine da noi seguito. Andrea, l'ideatore del percorso, riesce sempre ad abbinare salite difficili con tratti di trasferimento, oggi non molti invero, che permettano un buon recupero.
La prima salita, quella più abbordabile, è utile per tastare il terreno e per "saggiare" la gamba; la seconda, la più impegnativa delle quattro, la si affronta nella prima metà dell'allenamento, quando le riserve di glicogeno sono ancora ben piene. La terza, non facile ma tutto sommato alquanto breve, la si può considerare di transizione prima della quarta, lunga e impegnativa quasi quanto la seconda. Non secondariamente, le strade sono state scelte in modo da percorrere in discesa quelle con l'asfalto in condizioni migliori. I paesaggi e le località attraversate sono semplicemente meravigliosi e, se avrete la fortuna di capitarci in una giornata di sole, vi posso assicurare che sarà un ricordo che terrete dentro per molto tempo.

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